martedì, luglio 31, 2012

In ricordo di Eliseo Milani di Lidia Menapace


Eliseo Milani e’ stato una grande, nobile, indimenticabile figura del movimento operaio e della lotta degli oppressi per la liberazione dell’umanita’ intera. Era un uomo molto affascinante coraggioso determinato: il coraggio lo ha dimostrato anche negli ultimi anni di vita quando sapeva e diceva di essere vivo per scommessa, eppure non cedeva al male, con una capacita’ molto elevata di resistere e persino di riderci su. Tra le persone che dettero vita al "manifesto" come impresa politica e come giornale, con altri della federazione del Pci di Bergamo e con i compagni di Napoli Eliseo era parte di uno dei pochi nuclei operai e di organizzazione che si staccarono o furono espulsi dal Pci. Segno di un grande coraggio esistenziale e politico, dato che - piu’ di altri - ebbe la capacita’ di dare giudizi distaccati e "!aici" sul grande partito-chiesa del quale aveva fatto parte. Se il resto del gruppo storico non forzo’ le uscite dal Pci, che potevano essere numerose e significative, non lo si dovette certo alla pressione di compagni come Eliseo e altri di origine operaia, che comunque si buttarono con grande convinzione nel movimento del Sessantotto, soprattutto a proposito di nuova analisi della composizione di classe, delle nuove figure operaie, della organizzazione consigliare in fabbrica, delle 150 ore e della organizzazione sociale in qualche modo diretta dalle fabbriche, che nel Sessantotto era ancora possibile, se il movimento non fosse stato arrestato, quando la organizzazione del territorio stava passando oltre i consigli di fabbrica, per avviare i consigli di zona. Non voglio comunque usare Eliseo per fare una ricostruzione critica degli errori o manchevolezze del "manifesto". Penso che mi strizzerebbe sorridendo gli occhi e mi direbbe: "Ma perche’ non parli come mangi e non dici le cose che conosci direttamente, eh Lidia!". Avevo verso di lui un affetto sincero e profondo, lo ammiravo. Anche la sua raffinatezza del vestire, la raggiunta ricchezza e precisione del parlare e insomma la sua caratteristica di intellettuale operaio erano dimostrazione vivente della grandissima opera di alfabetizzazione politica (ma ben piu’: era una cultura universitaria!) che il Pci era riuscito a diffondere nella classe operaia (e tra le donne) con le scuole di partito, con una opera molto frequente precisa programmata di costruzione di soggettivita’. Ellseo era uno dei frutti piu’ significativi di quel lavoro e anche dei piu’ schietti, dato che non ne ricavo’ mai un atteggiamento di tipo "religioso" verso il partito. Questo gli va riconosciuto perche’ non era frequente nemmeno tra gli altri "grandi" del primo gruppo del "manifesto". Voglio concludere ricordando che una estate - credo nel ’73 o ’74 - fu nostro ospite per un po’ di giorni in val di Non a Cles, dove usavamo passare le vacanze al paese natio di mio marito. Percorse una valle tutta agricola allora, interamente agricola, a parte "La frabicia", la fabbrica cosi’ unica da essere detta tale per antonomasia, ed era una fabbrica di cemento che c’e’ ancora. Allora la valle era tutta un frutteto di varie qualita’ e non una noiosa monocultura come oggi. Le stagioni erano scandite dalla fioritura dei meli, e quando era molto forte si diceva a proposito di una zona detta "Franza" (Francia): "e’ nevega’ en Franza", tanto era soffice e compatto il manto di fiori bianchi. Eliseo ascoltava le nostre chiacchiere di vallata e osservava con curiosita’ il fitto tessuto agricolo e la presenza contadina che nella Bergamasca non esisteva piu’, dato che Bergamo e Brescia erano province di antica e diffusa industrializzazione, e discuteva sul perche’ zone di cosi’ profonda radice cattolica si differenziassero tanto nelle scelte politiche e di voto. Era la struttura produttiva che consentiva nella Bergamasca una significativa presenza comunista e un fervido dibattito tra i cattolici e nella val di Non solo di democristiani. A un certo punto ci siamo un po’ persi di vista e ci incontravamo occasionalmente nelle stazioni (tra i luoghi che frequento di piu’) e dove anche Eliseo si poteva trovare quando si muoveva tra Roma (dove si era alla fine trasferito) e Bologna dove aveva sua figlia. Credo che anche lui mi volesse bene in quel suo modo schivo e un po’ rustico, da bergamasco. Ma del resto io pure sono montanara. ____________________

16 novembre 2006

Brevi note biografiche di ELISEO MILANI 

Eliseo Milani nasce a Ponte San Pietro (Bg ) il 16 Febbraio 1927, e proprio nella provincia di Bergamo comincia la sua attività lavorativa e politica.

Operaio della Dalmine, comunista, leader di mille battaglie e infaticabile organizzatore, diventa negli anni ’60 segretario della Federazione bergamasca del PCI: un ruolo difficile in una zona bianca e clericale, dove la sinistra era da sempre minoritaria.

Attorno a lui e all’originale esperienza della rivista “Dibattito politico”già dalla metà degli anni ’50 era cresciuto uno straordinario gruppo di dirigenti politici come Lucio Magri, Giuseppe Chiarante, Franco Petenzi.

Nel 1968 viene eletto deputato nelle file del PCI , carica che confermò per altre tre legislature.

Nel maggio 1969 fu fondatore insieme a Rossana Rossanda,Luigi Pintor,Lucio Magri e Aldo Natoli della rivista “ IL MANIFESTO “.

Radiato dal PCI nel Dicembre del ’69 come appartenente al gruppo “ eretico”, aderì al PDUP di cui fu dirigente di spicco .

Fu eletto Senatore della Sinistra indipendente : le sue precarie condizioni di salute gli imposero un graduale abbandono dalla politica, anche se mai rinunciò alla collaborazione con il “ Centro di riforma dello Stato” di Pietro Ingrao.

Eliseo Milani muore a Roma il 29/12/2004

La sua azione politica , le sue numerose battaglie parlamentari ,la sua capacità comunicativa ci hanno fornito un’autentica lezione politica .

Eliseo Milani , ci ha insegnato come si deve fare la politica : con passione, con idee,con generosità insomma con la testa e il cuore

mercoledì, novembre 30, 2011

Il motorino di Magri e Notarianni

Il motorino di Magri e Notarianni

Lucio Magri Rossanda e Milani
Ho  ricordi sporadici ma vivi di Lucio Magri. La sua scomparsa mi ha sorpreso, addolorato. Rileggo le ultime righe del suo ultimo libro, "Il sarto di Ulm". Dove incita a uscire “dai confini dell’integrazione o della rivolta”, per perseguire una rifondazione della tensione ideale anche cercando il "rapporto con altre culture, altre soggettività esterne e a volte conflittuali con la nostra tradizione", per costruire "una sintesi provvisoria in ogni momento" . Purchè in questo rapporto "ciascuno valorizzi la sua ricchezza e identità".
L’ultima volta che l’ho visto, qualche anno fa,  eravamo entrambi in attesa, all’alba, dell’apertura di un’edicola, nel piccolo porto di Sant’Angelo a Ischia.  Mi parlava di comuni conoscenze cominciando da Eliseo Milani e da quella sua Bergamo  dove Togliatti aveva parlato di “sofferta coscienza religiosa”.
Lo avevo conosciuto (anni sessanta) in un viaggio “politico” in Jugoslavia, con una delegazione del Pci. Eravamo ospiti a Opatija (Abbazia) nei tempi dell’autogestione di Tito. Lo ricordo in riva al mare con tra le mani un poderoso volume di György Lukács. Durante ogni riunione con i rappresentanti del partito ospite faceva domande impertinenti sul futuro dell’autogestione. Non si accontentava di quanto dicevano e aveva una fissazione: “Quando pensate che sarà superato il mercato?”. Una domanda che oggi, mentre siamo preda dell’ira funesta dei mercati mondiali, potrebbe far riflettere. E le sue uscite facevano imbestialire un anziano compagno della delegazione italiana che, immagino, lo avrebbe radiato anzitempo.   
L’ho rivisto altre volte. Ad esempio a una Festa dell’Unità a Bologna, quando una voce dalla platea gridò “abbronzato!” denunciando le passioni sciistiche di Lucio e cercando così in qualche modo di offenderlo. Ma la foto più bella che ho nella testa è sotto il portone di casa mia. C’erano Lucio Magri e Michelangelo Notarianni (prima “Unità” e poi “Manifesto”) e cercavano insieme di far partire  uno scassato motorino. E alla fine l’aggeggio partiva. E loro, abbracciati, si allontanavano allegramente.
29 novembre 2011

mercoledì, dicembre 02, 2009

Eliseo, a sinistra della sinistra

Eliseo, a sinistra della sinistra
Cercò una via d' uscita dalla crisi del comunismo collegando il Pci ai movimenti studenteschi

Ci sono molti buoni motivi per ricordare un uomo come Eliseo Milani, che se ne è andato, a 77 anni, il 28 dicembre. I principali li hanno spiegati bene sul «Manifesto» e su «Liberazione» i vecchi amici e compagni di Eliseo, da Lucio Magri a Rina Gagliardi. E a una riflessione più attenta sugli insegnamenti di una vita difficile ma non inutile, nonostante sia stata segnata da tante sconfitte, sarà dedicato (bella iniziativa) un seminario. Ma, se è vero che cercare di ricostruire una storia collettiva di questo Paese non significa mettersi in caccia di rassicuranti denominatori comuni, ma prima di tutto guardar meglio dentro tante esperienze diverse e sottrarle per quanto possibile ai luoghi comuni e alle letture caricaturali, forse è bene riprendere qualcuno almeno degli spunti che già sono stati offerti per ricordare Milani anche a lettori assai distanti da un' esperienza come la sua. La vicenda di Eliseo, solo all' apparenza minore, sta tutta dentro una vicenda e, se si vuole, un' illusione più ampia, che ha riguardato non Pietro Ingrao, ma una parte importante e prestigiosa di quella particolarissima comunità che fu la sinistra del Pci. La vicenda (e l' illusione), intendo, di chi pensò, a ridosso del ' 68, che fosse possibile una via d' uscita «da sinistra» dal fallimento del comunismo sovietico riconnettendo un pezzo almeno dell' esperienza del Pci ai nuovi movimenti, studenteschi e operai in primo luogo, che avevano occupato la scena: in poche parole, la vicenda (e l' illusione) del gruppo del Manifesto, molto meno di un partito, anche dopo la radiazione dal partito, molto più di una rivista mensile prima, di un «quotidiano comunista» poi. Quale ruolo ebbe in questa storia Eliseo Milani negli anni successivi è cosa importante per chi li visse dall' interno, ma qui interessa relativamente poco. Più significativo, forse, è un dettaglio. Nel gruppo dei fondatori, tra tanti intellettuali politici anche di primissimo piano (Rossanda, Pintor, Natoli, Magri, Parlato, Castellina), Milani era l' unico «quadro» di origine operaia: i suoi primi passi di militante comunista, in una città per definizione bianca, Bergamo, dove i comunisti erano sempre stati e sarebbero sempre rimasti una modesta minoranza, li aveva infatti mossi alla Dalmine. Poi, negli anni Cinquanta, era diventato funzionario del partito; e, all' inizio dei Sessanta, segretario della federazione. Chi ha conosciuto Milani sa quanto tutto questo abbia contato anche nella sua militanza a sinistra della sinistra: l' uomo concreto, l' organizzatore di partito, ebbe la meglio, sempre, sugli astratti furori dell' estremismo. Di certo, però, non diventò mai un burocrate o un settario. Non lo era mai stato. Operaio, attentissimo ai problemi della fabbrica, promotore di mille lotte sindacali, non fu mai operaista. Segretario del Pci di Bergamo «reclutò», come si diceva allora, il meglio della giovane intellettualità cattolica delle sue parti, a cominciare dallo stesso Magri e da Beppe Chiarante. Dirigente della sinistra extraparlamentare, fu parlamentare apprezzato da amici e avversari. Ruvido e burbero, non smarrì mai, fino all' ultimo, pazienza e ironia. Contraddizioni? Anche. Ma la «semina» del Pci togliattiano (puer robustus ac malitiosus) non fu davvero estranea alla crescita di personalità di questo tipo, che pure la crisi di quel partito la vissero e, in buona misura, la promossero.

Franchi Paolo


Pagina 35
(7 gennaio 2005) - Corriere della Sera

Eliseo Milani, una storia comunista

Eliseo Milani, una storia comunista


Per come era, per le scelte difficili da lui compiute, per dove si è trovato
a compierle, per il loro risultato concreto, la sua vita rappresenta un
pezzo sconosciuto della storia dei comunisti italiani. Dal Pci al
Manifesto, il percorso ricco, tenace e tormentato di uno dei fondatori di
questo giornale. Un'esperienza, la sua, che anche ora offre molto da
imparare

Eliseo Milani, una storia comunista
di LUCIO MAGRI


Eliseo Milani è stato per me, in modo diverso ma non meno profondo di
Michelangelo Notarianni, l'amico e il compagno di una vita. Tocca perciò
a me scriverne nel giorno della sua morte, tanto più dolorosa e inattesa
dopo che molti anni di malanni tanto gravi ci avevano persuasi non
sarebbe mai venuta. La malattia l'aveva condannato a troppa solitudine.
Che genera, almeno in me, un pesante senso di colpa che darebbe
comunque una sfumatura di ipocrisia a qualsiasi elogio funebre. Del
resto mi manca la penna raffinata e l'acutezza psicologica per
tratteggiare una personalità così sensibile sotto la sua scorza così
ruvida. Sono del resto troppo ostico per esprimere i miei sentimenti nei
momenti di commozione più intima. Non è un male, forse: perché a un
elogio funebre sfuggirebbe la cosa più importante. Il fatto cioè che
Eliseo Milani, per come era, per le scelte difficili compiute, per dove si è
trovato a compierle, per il loro risultato concreto, rappresenta un pezzo
sconosciuto della storia dei comunisti italiani. La sua vita reale
accuratamente raccontata dall'origine, offrirebbe ai futuri storici materiali
forse più ricchi e più equanimi che non la lettura di tanti verbali della
direzione del Pci volutamente elusivi, e di tanti dibattiti di comitati
centrali sempre espressi in cifra e dunque da decifrare; e dare invece
un'idea di ciò che il Pci è realmente stato, e anche di ciò che forse
poteva diventare. E tanto più per sovvertire un'immagine adulterata oggi
prevalsa, quella di un partito burocratizzato e fideistico, di una storia di
ristretti gruppi dirigenti, e per di più di una storia «dei vincitori che si
sono alla fine riconosciuti sconfitti e pentiti». Ma per raccontare quella
vita occorrerebbero ben più che poche ore sovrastate dalle emozioni, e
ben più che poche cartelle. Mi limiterò quindi, per giustificare questa
affermazione e indicare alcuni punti per un lavoro di ricerca.
Una vita nel «partito nuovo»
La vita di Milani testimonia anzitutto nella sua concretezza come il
partito nuovo di Togliatti non sia rimasto una intuizione di breve
stagione subito soffocata dalla guerra fredda e dalla ortodossia
neocominternista, e sopravvissuta solo come apertura agli intellettuali e
ai ceti medi, come accorta gestione delle alleanze politiche. Il nocciolo
di quell'ipotesi era trasformare i proletari in vera classe dirigente
nazionale.
Eliseo era troppo giovane per partecipare alla guerra partigiana, la sua
è la generazione politica degli anni Cinquanta.
Era di famiglia contadina, in una provincia, Bergamo, cattolica e
conservatrice, dove i comunisti erano e rimasero sparuta minoranza.
Andò a lavorare già a 11 anni e nei corsi aziendali della Dalmine prese il
diploma di scuola media, e come tornitore e rimase a lavorare studiando
la sera per diventare perito tecnico. E' dalla concreta vita operaia che
arrivò al comunismo. Ricordava sempre, con giusto orgoglio, di uno
sciopero generale nazionale che fece da solo, notificandolo all'azienda,
perché non sembrasse un'assenza occasionale.
Furono anche queste testimonianze pratiche, comunque, che lo
aiutarono a far crescere politicamente un gruppo di operai che cominciò
a contare nella fabbrica, rompendo l'isolamento del Pci e superandone il
settarismo. Proprio alla Dalmine, qualche anno dopo, si realizzò così la
prima esperienza di una conferenza operaia comunista costruita
sull'inchiesta, centrata sull'analisi delle innovazioni intervenute
nell'organizzazione del lavoro, di cui Amendola, presente, colse il
valore, sì da proporre di generalizzarla nella preparazione della
conferenza operaia nazionale, in parallelo con la grande svolta avviata
dalla Cgil dopo la sconfitta alla Fiat. Eliseo era stato nel frattempo
chiamato al ruolo di funzionario di partito, e presto, a quello di segretario
della federazione di Bergamo.
Funzionario: che brutta parola oggi, ma cosa era allora un funzionario,
soprattutto in quella zona? Era uno che, rinunciando a un lavoro certo e
ben avviato accettava di vivere con una retribuzione più bassa che
spesso non arrivava mai e che si doveva alimentare con la
sottoscrizione in sezioni disperse che si riunivano in piccole osterie; che
dormiva su una branda in un angolo dell'ufficio: che passava le poche
ore libere al caffè della Camera del lavoro, una specie di «centro sociale
ante litteram».
Altro che casta burocratica. A diventare assessore e parlamentare
allora non ci si pensava neppure: quella appariva quasi come una
diminutio capitis, solo un riconoscimento finale di una vita bene spesa.
In attesa di una rivoluzione prossima? Non scherziamo: il `48 era già
alle spalle e a Bergamo sapevamo quanto lunga fosse la strada. Nel
frattempo si lavorava oltre che a costruire lotte a formare quadri. Ed Eliseo visse come grande occasione la scuola delle Frattocchie.
Un indottrinamento? Anche qui, non scherziamo: a quei tempi gli
insegnanti delle Frattocchie erano Cafagna, Caracciolo, Spinella e così
via.
Il segretario del dialogo
Quale fu poi più avanti il Milani segretario? Un burocrate o un
sacerdote operaista? L'esatto contrario. Oltre all'ininterrotta cura dei
collettivi di fabbrica , quando, per la prima volta alla fine del
volantinaggio ci trovammo di fronte intere grandi aziende da cui i
lavoratori uscivano in massa per venire in piazza ( il grande salto del
luglio `60 ) Eliseo permetteva lunghe, periodiche riunioni del comitato
federale per studiare la storia d'Italia, curava con attenzione l' intervento
in consiglio comunale dove un partito all'indice,e con il 9 per cento dei
voti, ripetutamente riusciva a trascinare socialisti, ma anche
socialdemocratici e liberali, sui grandi temi del piano regolatore, degli
abusi edilizi perpetrati nel quadro delle nuove lottizzazioni patrocinate
dal vescovo Bernareggi e da Carlo Pesenti. Infine, forse soprattutto,
Eliseo avviò un coraggioso dialogo con i cattolici, non solo come alleati
possibili, ma come comprimari, voluti e bene accetti. I dirigenti della
gioventù cattolica bergamasca, grazie a quel dialogo, non solo si
avvicinarono, ma diventarono parte integrante del vertice della
federazione comunista. Non a caso fu Milani a promuovere l'assemblea
in cui Togliatti pronunciò il famoso «discorso di Bergamo». Un discorso
che dava all'alleanza con i cattolici una valenza strategica.
Del dissenso, dell'equilibrio, dell'energia
E' da questo intreccio di esperienze, di lotta e di maturazione culturale
innovatrice, che nacquero nel Pci - certo non solo a Bergamo, ma un
po' ovunque, per mille rivoli e con molti diversi approdi nel sindacato e
nel partito - i primi embrioni di una minoranza non ufficializzata ma non
irrilevante, che in seguito - quando fu trovato un riferimento nazionale,
culturale e politico - prese il nome di ingraismo. Una sinistra non
dogmatica e non settaria, che giocò, anche fuori dal Pci, la sua partita
negli anni Sessanta e fu poi sconfitta e in parte repressa all'XI
congresso del 1965. Ma che lasciò tra intellettuali e sindacalisti corpose
sedimentazioni, e cercò di rilanciare la sfida di fronte al ben più maturo
appuntamento del `68.
Quel lavoro precoce di Milani fu riconosciuto e gli valse l'ingresso nel
Comitato centrale. Ma fu il solo segretario di federazione che all'XI
Congresso non si allineò e ne venne subito escluso. Quando in due
decisive occasioni, prima Lama e poi Scheda, vennero a presiedere il
Congresso della federazione di Bergamo e chiesero ai compagni discegliere tra la posizione del Comitato centrale e le critiche opposte da
Eliseo, essi furono messi in minoranza. Milani era un dissidente, ma
aveva un largo sostegno di base e questo fu il solo caso di dissidenza
che resse anche alla radiazione del Manifesto nel `69. Milani si unì al
nostro gruppo, e con lui i migliori quadri intellettuali e operai
dell'organizzazione, assumendovi un ruolo dirigente.
Del ruolo che egli ebbe, del peso che conquistò in questa nuova
esperienza non ho lo spazio ora di parlare come si dovrebbe. Ma vorrei
che dicessero qualcosa altri compagni che pure hanno tutti gli elementi
per farlo e aiuterebbero a correggere una sottovalutazione e un silenzio
non innocente che più tardi si creò su di lui. Lo vorrei perché questo
silenzio è connesso ad un punto delicato di quella nostra vicenda. Cioè
ad una, in parte inconsapevole convinzione, secondo la quale
trovandoci dopo la radiazione con idee certo anticipatorie ma molto
controcorrente, con un'identità specifica, alla frontiera tra il Pci e i nuovi
movimenti, ma senza una base precisa, sia stato un puro errore cercare
di far vivere quella identità con una piccola organizzazione,
un'autonoma elaborazione e un giornale quotidiano ad essa connesso.
Onestamente credo che da quella scelta nacquero anche molti errori di
analisi e di comportamento, ma più che mai sono convinto che fosse un
rischio da correre e che abbia lasciato frutti positivi e ingiustamente
lasciati disperdere.
Eliseo fu un pilastro di quel tentativo e lo sorresse nel modo migliore
con la tenacia, l'equilibrio, l'energia che erano legati al suo passato. E lo
restò finché fisicamente gliene restarono le forze. La stessa energia, il
tratto genetico, con cui affrontò poi per più d'un decennio, una battaglia
individuale ma ancor più eroica contro la malattia per conquistare ogni
giorno un pezzo in più di vita, forse non più per cambiare il mondo ma
per continuare a capirlo senza piegarsi, senza sentirlo estraneo, ma
anzi restando attento e partecipe. Non credo che di fronte alla sua
morte, si possa dire nulla di più grato e lusinghiero del riconoscere che
quella vita non solo è stata spesa bene a suo tempo ma che anche ora
offre molto da imparare.
il manifesto - 29 Dicembre 2004

Grazie Eliseo
VALENTINO PARLATO


Nella notte del 28 dicembre Eliseo Milani ci ha lasciato. In questa
cerimonia degli addii il manifesto e tutti noi che ancora ci lavoriamo
abbiamo il dovere, non rituale, di ringraziare Eliseo e dirgli: caro Eliseo,
senza di te questo giornale - del quale tu hai fondato la cooperativa editrice 34 anni fa - non ci sarebbe e noi, tutti quanti, chissà quale
mestiere avremmo fatto, in quale modo avremmo cercato di esprimere
la nostra pulsione politica. Eliseo era un operaio della Dalmine, lontano
dalle avventure politico-intellettuali, ma proprio in quanto operaio
credeva nella forza della parola, del ragionare, del discutere e
possibilmente convincere. Lo aveva provato nella sua fabbrica, nelle
interruzioni di mensa, all'uscita dai cancelli. E - credo io - per questo suo
riflettere sul conversare con gli altri operai, Eliseo capì e sostenne la
pubblicazione di un quotidiano che, presuntuosamente, si autodefiniva
«comunista». Ha approvato l'avventura, ormai più che trentennale di
questo quotidiano e ha avuto anche la saggezza di capirne e tollerarne
gli sbagli. E' stato quello che meglio ha capito anche i contrasti che ci
potevano essere e ci sono stati tra quotidiano e organizzazione politica.
Non possiamo che essergliene grati. Ammetto di tirarlo un po' troppo
dalla parte del giornale. Eliseo, a questo punto, mi avrebbe guardato
negli occhi e mi avrebbe detto: «Va bene, ma non esagerare.
Cerchiamo di fare qualcosa di utile in questo momento di grande
confusione».
il manifesto - 29 Dicembre 2004


Milani, l'addio a Roma
GALAPAGOS


Un cielo terso, una giornata luminosa e un sole caldo hanno reso meno
triste l'addio a Eliseo. O meglio: l'arrivederci, perché come ha anticipato
Lucio Magri entro febbraio alla figura di questa straordinaria figura di
militante-dirigente politico sarà dedicato un convegno. Un'occasione che
permetterà di ripercorrere almeno 50 anni di storia della sinistra, di
idealità, di lacerazioni, ma soprattutto di passioni e di impegno politico.
L'appuntamento era per le 11, ma almeno un' ora prima fuori della
Camera ardente del Policlinico di Roma, erano già in molti ad attendere
l'esposizione della salma per dare l'ultimo saluto a Eliseo. Volti tristi,
volti di compagni, di «vecchi» compagni, alcuni dei quali arrivati da fuori
Roma. In un angolo, vicino alla bara, la figlia Marina, il fratello Fabrizio
(straordinaria somiglianza con Eliseo) e le sorelle Tina e Angela.
Ai piedi della bara tantissimi fiori e un cuscino di rose rosse della nostra
redazione. A Eliseo i fiori piacevano: ogni volta che lo invitavo a cena a
casa ne portava un mazzetto.
Tanti amici hanno salutato Eliseo. E fra la sorpresa generale verso le
12 a rendergli omaggio è comparso anche Mirko Tremaglia, ministro per
gli italiani all'estero e fascista doc. Erano uniti dalla comune terra di
nascita, ma anche da un rapporto che non credo fosse di amicizia, ma di stima e di rispetto sicuramente sì.
Tanta gente è venuta all'appuntamento. E moltissimi tra i presenti
erano legati al manifesto, inteso sia come movimento politico e come
quotidiano. E poi rappresentanze politiche di tutti gli schieramenti (tanti)
della sinistra e di organizzazioni come Arci e Legambiente. Per
Rifondazione erano presenti Bertinotti, Sandro Curzi, Russo Spena; tra i
Ds Giuseppe Chiarante (fu Eliseo a iscriverlo con Magri al Pci) e
Giovanni Berlinguer. Poi delegazioni della Fiom e del Comune di Roma.
E' stato un Lucio Magri molto commosso, compagno di tante lotte, a
tenere l'orazione funebre. Magri ha dato una lettura della vita dell'uomo
intrecciandola fortemente con il ruolo politico. Ha ripercorso gli inizi della
sua militanza politica nella federazione del Pci di Bergamo, dove è stato
segretario per 11 anni a partire dal `57. Il suo orgoglio operaio, la
convinzione che la classe operaia fosse matura per farsi classe
dirigente. Ha ricordato le sue battaglie per la democrazia nel partito. E
poi l'estromissione del comitato centrale, ma l'elezione fortemente
voluta a deputato. La battaglia al XII congresso del Pci nel `69, nel
quale la Federazione di Bergamo chiese la riscrittura delle Tesi.
Poi la dolorosa «uscita» non voluta dal Pci. E sull'onda della rivista
mensile, la nascita del manifesto e il suo impegno tenace
nell'organizzazione del piccolo partito. Milani, bergamasco doc diventa
romano e vive - lui così discreto - l'esperienza della «comune» di piazza
del Grillo. Eliseo inizia a questo punto un diverso percorso politico:
viene eletto di nuovo deputato e poi senatore sempre coerente con le
sue idee politiche originarie. Infine la malattia. Grazie Eliseo.

il manifesto - 31 Dicembre 2004

lunedì, dicembre 29, 2008

venerdì, giugno 01, 2007

Consegnate le benemerenze a Palafrizzoni

Consegnate le benemerenze a Palafrizzoni
Sono state consegnata, nella sala consiliare di Palazzo Frizzoni, le benemerenze del Comune di Bergamo a personalità della città che si sono distinte per risultati eccellenti o per la difesa di valori comuni nei vari ambiti d’azione. Maggioranza e opposizione hanno scelto di comune accordo 15 personaggi, alcuni già scomparsi, che sono stati insigniti del premio cittadino. Prima della consegna delle benemerenze è stato dato un riconoscimento anche ai cittadini che hanno effettuato donazioni al Comune di Bergamo nel corso del 2006.


Ecco i premiati (cinque medaglie d’oro e i dieci attestati di benemerenza) con le motivazioni della scelta.



BRUNO MINETTI (medaglia d’oro alla memoria) – Medico chirurgo, direttore del reparto di Medicina degli Ospedali Riuniti, «aveva capito l’importanza di parlare ai malati con umanità e sapienza, con la modestia di chi sa dare il giusto valore alle cose, ponendosi a disposizione e mettendo in campo tutte le energie possibili».




LELIO PAGANI (medaglia d’oro alla memoria) – Professore di geografia all’Università degli studi di Bergamo, direttore del Dipartimento di lettere e del Centro studi per il territorio, fu tra i fondatori del Partito popolare e amministratore pubblico. «Servì con gratuità e passione la sua terra bergamasca cui era legato da profondo affetto. Una terra che per lui era fatta di luoghi, ma soprattutto di uomini e donne che stimava moltissimo, perché cultori di antichi saperi, semplici tradizioni, schietta umanità».




ANDREA TOSI (medaglia d’oro alla memoria) – Architetto, urbanista, amministratore. «A fianco dell’attività amministrativa ha condotto un’attività culturale e professionale di estremo rilievo con importanti istituzioni come l’Unesco. Aperto allo scenario internazionale si interessò fino all’ultimo di Bergamo, proponendo una cintura verde a salvaguardia della città».




ELISEO MILANI (medaglia d’oro alla memoria) – Operaio della Dalmine prima, politico poi, da consigliere comunale divenne deputato del Pci nel 1968 per tre legislature. Fu tra i fondatori della rivista Il Manifesto. «La sua azione politica in fabbrica e sul territorio, le numerose battaglie in Consiglio comunale e in parlamento, la sua capacità d’azione e di riflessione lo inseriscono tra i politici bergamaschi più rilevanti del dopoguerra».


GIACINTO FACCHETTI (medaglia d’oro alla memoria) – Calciatore, dirigente, uomo di sport, simbolo dell’Inter, 94 presenze in Nazionale, 70 volte capitano.
«La sua correttezza in campo e fuori, che gli valse il titolo di terzino gentiluomo, l’ha reso un simbolo di quello sport pulito che tutti desiderano».




GIACOMO AGOSTINI – Motociclista bergamasco con 15 titoli mondiali, 18 nazionali e 122 gran premi vinti, detiene ancora oggi il primato di titoli.
«Il suo nome - così il testo della motivazione per la benemerenza - è simbolo di classe, eleganza, correttezza personale e professionale, eccellenza sportiva».





ASSOCIAZIONE AIUTO DONNA, uscire dalla violenza – «Offrono gratuitamente tempo, competenza e umana condivisione per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne, in particolare all’interno della famiglia. L’associazione è presente e solidale in situazioni delicate, vissute nel silenzio e nella paura».
Nella foto Oliana Graff, collaboratrice dell'Associazione che ha ritirato la benemerenza a Palafrizzoni.




LUIGI BIAVA – Ha fondato il Circolo lirico di Colognola, «aggregando intorno alla sua forte personalità persone che condividevano gli stessi interessi. Con passione e competenza ha contribuito, per oltre 30 anni, a tener viva nelle periferie di Bergamo la conoscenza e l’amore per la musica».




ELIO CORBANI – Giornalista, memoria storica dell’Atalanta da oltre 50 anni.
«La sua passione, la sua competenza, la sua capacità di far partecipare l’ascoltatore, il lettore, il tifoso alla vicenda della squadra, hanno reso inconfondibile il suo stile».




CRISTINA BOTTA – Direttrice dell’ostello della gioventù di Monterosso, considerato un «fiore all’occhiello della nostra città, riconosciuto a livello internazionale, vera scuola di accoglienza. Suo merito è di aver permesso a famiglie e ragazzi di conoscere e apprezzare le bellezze della nostra città».




GIACOMO NICOLINI – Volontario per la pulizia delle Mura e di altri monumenti, «con l’ultimo suo intervento ha ripulito Porta San Lorenzo dalle sterpaglie con 2.600 ore di lavoro. Senza mai chiedere nulla è diventato un simbolo del volontariato bergamasco, attivo negli svariati campi dell’impegno civico e umanitario».




DOMENICO LUCCHETTI – Da vero appassionato di fotografia e della storia di Bergamo, Domenico Lucchetti «ha raccolto con rispetto e amore moltissime immagini storiche catalogandole in un funzionale archivio che da alcuni anni è in dono al Museo Storico perché sia un patrimonio condiviso».




FELICE RIZZI – Docente di pedagogia della cooperazione internazionale a Bergamo, Milano e Torino, fondatore del Celim Bergamo, «ha intrecciato per tutta la vita l’attività di ricercatore e l’impegno sociale e politico, si è impegnato in diversi stati africani ed è stato l’ispiratore del primo progetto di cooperazione decentrata del territorio bergamasco in Senegal».




MICHELE COLLEDAN – Direttore dell’Unità operativa complessa di Chirurgia generale «ha sviluppato una vasta esperienza estesa a tutti gli aspetti del trapianto. Recentemente ha compiuto l’eccezionale intervento di trapianto di cinque organi su un bimbo di pochi mesi. Grazie all’eccellenza della sua equipe, l’ospedale di Bergamo si pone tra le più avanzate strutture di trapianti in Europa».




DEMETRIO AMADDEO (MIMMO) – Storico ristoratore di Città alta, «imprenditore che ha saputo costruire la sua attività valorizzando la nostra città anche con il recupero di siti di interesse archeologico scoperti durante la ristrutturazione del suo ristorante. Ha fatto di accoglienza e professionalità uno stile di vita, proponendo anche iniziative di solidarietà».

(16/12/2006)

MEDAGLIA RUBATAAI MILANIIL COMUNE: PRONTA UN’ALTRASono tanti i messaggi di solidarietà arrivati alla famiglia Milani do-po il furto della medaglia d’o

MEDAGLIA RUBATA AI MILANIIL COMUNE: PRONTA UN’ALTRA

Sono tanti i messaggi di solidarietà arrivati alla famiglia Milani dopo il furto della medaglia d’oro in memoria di Eliseo,deputato del Partito Comunista scomparso a Roma nel 2004 all’età di 77 anni. «Desidero esprimere scrive il presidente della Camera,Fausto Bertinotti la mia solidarietà per il furto subito la scorsa domenica dalla vostra famiglia. Furto che ha riguardato anche l’importante medaglia che il Co-mune aveva destinato alla memoria di Eliseo Milani.

Colgo l’occasione per inviare il mio saluto e augurio più cordiale».«È un gesto deplorevole ha affermato il sindaco Roberto Bruni perché,al di là del valore,la medaglia d’oro è per l’Amministrazione anche un segno di affetto e riconoscimento verso un cittadino che ha dato molto alla nostra città».

E il sindaco ha anche reso noto,tramite l’ufficio stampa del Comune,che qualora gli autori delfurto,nonostante l’appello lancia to dalla famiglia,non restituissero in tempi brevi,ovvero nel giro diun paio di giorni,la medaglia alla memoria per Eliseo Milani,l’Amministrazione comunale si farà carico di ottenerne un’altra e di consegnarla per la seconda volta ai familiari del deputato.

I ladri si sono introdotti nell’abitazione della sorella del politico scomparso,Angela Milani,che insieme all’altro fratello Fabrizio aveva ritirato solo il giorno prima il riconoscimento dalle mani del sindaco Bruni.

E anche la Lega Nord ha inviato,per mano del gruppo consiliare,a sindaco e al presidente del Consiglio comunale un invito a provvedere alla consegna dei familiari dell’onorevole Milani di una copia della medaglia rubata,sostenendo che qualora non «ci fossero fondi sufficienti per l’acquisto di una nuova medaglia d’oro»,si dava disponibilità a farsi carico della spesa necessaria per l’acquisto e l’incisionedi una nuova medaglia d’oro da consegnare ai Milani

BERGAMO, RICONSEGNATA MEDAGLIA D'ORO ALLA MEMORIA DI ELISEO MILANI

BERGAMO, RICONSEGNATA MEDAGLIA D'ORO ALLA MEMORIA DI ELISEO MILANI
Il Comune di Bergamo ha riconsegnato questa mattina la medaglia d'oro alla memoria di Eliseo Milani, il deputato del partito comunista scomparso a Roma nel 1994 all'età di 77 anni. Il sindaco Roberto Bruni l'ha consegnata nuovamente nelle mani del fratello Fabrizio, dopo che il 17 dicembre scorso, ad appena 24 ore dalla cerimonia di consegna, fu rubata da ignoti malviventi proprio nell'abitazione della sorella Angela a Ponte San Pietro.
307 SOLIDARIETA’ BERTINOTTI A FAMIGLIA MILANI (18-12-2006)

Il Presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, ha inviato il seguente messaggio alla famiglia Milani:
“Desidero esprimere la mia solidarietà per il furto subito la scorsa domenica dalla vostra famiglia. Furto che ha riguardato anche l'importante medaglia che il Comune di Bergamo aveva destinato alla memoria di Eliseo Milani.
Colgo l'occasione per inviare il mio saluto ed augurio più cordiale.”Benemerenze: medaglia d'oro per Facchetti
La Giunta comunale ha reso noti i nomi dei cittadini a cui verranno assegnate le benemerenze civiche per il 2006. Cinque le medaglie d'oro assegnate, tutte alla memoria e destinate a Eliseo Milani, Giacinto Facchetti, Andrea Tosi, Bruno Minetti e Lelio Pagani. Dieci invece gli attestati di civica benemerenza, che saranno ritirati da Demetrio Amaddeo, Luigi Biava, Giacomo Nicolini, Associazione Aiuto Donna, Domenico Lucchetti, Felice Rizzi, Cristina Botta, Elio Corbani, Michele Colledan e Giacomo Agostini.

La Giunta ha raccolto le segnalazioni dai cittadini e si è confrontata con i capigruppo consiliari, prima dell'ok definitivo alla lista. La consegna delle medaglie e degli attestati avverrà in una cerimonia sabato 16 dicembre, prima della pausa per le feste natalizie.
Medaglie e benemerenze riguardano personaggi della politica, dello sport, della cultura, della medicina, del sociale. Ma non mancano, è il caso di Giacomo Nicolini (il volontario che da solo ha ripulito il viadotto di Porta Garibaldi dalle sterpaglie), semplici cittadini che, armati di buona volontà, hanno fatto grandi cose per Bergamo.
Eliseo Milani , tre volte deputato e una senatore, è stato una figura di spicco del mondo politico bergamasco: in prima linea nel Partito comunista fin dal 1945, fu tra i fondatori del quotidiano il Manifesto e divorziò dal partito per entrare nella Sinistra indipendente.
Giacinto Facchetti , figura simbolo del calcio italiano e presidente dell'Inter, stroncato qualche mese fa da una malattia, è stato ricordato in occasione della partita amichevole della nazionale italiana a Bergamo.
Andrea Tosi , scomparso per un malore improvviso mentre si stava recando in auto a un convegno in Città Alta, lo scorso maggio, è stato uno dei punti di riferimento in materia di urbanistica e architettura. Ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano, consulente di pianificazione territoriale per l'Onu e per il ministero dei Lavori pubblici, Tosi era noto anche per il suo impegno politico giovanile nelle file del Psi.
Si è distinto invece nel campo della medicina Bruno Minetti , direttore dell'Unità operativa di Medicina interna 2 degli Ospedali Riuniti, conosciuto non solo per le capacità professionali, ma anche per l'impegno profuso a difesa dei malati e dei loro bisogni. Profondo studioso della storia e del territorio di Bergamo, il professor Lelio Pagani è stato assessore provinciale nella Giunta Cappelluzzo, presidente del Parco dei Colli e infine presidente dell'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti, collaborando per quasi trent'anni con l'Università di Bergamo.

(01/12/2006)

domenica, aprile 10, 2005

Il rumore del sole che aiuta a vivere e a scrivere

Marcella Marcelli
Con Il rumore del sole (Il vicolo editore, euro 14.00, pp, 117), Saverio Tutino ci regala un nuovo capitolo della “saga” dedicata a se stesso. Un contributo prezioso, alla cui lettura c’introduce l’autore stesso, giornalista e scrittore, delineandone i tratti salienti: “Due amici e due miti spenti nella confusione della guerra fredda. Un amore mancato e uno riscaldato. Uno scudo infranto. Cinque racconti dall’infanzia alla vecchiaia”. In realtà, nelle pagine de Il rumore del sole c’è molto più di questo. Tutino ha inventato uno stile, “una modalità di raccontare la vita”, originale ed efficace, come ben sintetizza Lidia Ravera, che firma la presentazione: “Un uomo che vive viaggiando nella politica e per la politica, si muove fra Cuba e l’Uruguay, Parigi e Bruxelles, eppure non smette mai di viaggiare anche dentro se stesso”. E fa tutto questo, si può aggiungere, intrecciando coraggiosamente, senza enfasi, l’io e il mondo, la storia e le vicende più intime e dolorose. L’autore ripercorre gli ultimi venticinque anni della sua vita passando dalla rivoluzione cubana all’infarto, dal terrorismo brigatista al cancro, senza che variazioni di tono o di ritmo sottolineino il passaggio da una dimensione all’altra ma mantenendo sempre lo sguardo di chi cerca le radici degli avvenimenti nei quali è immerso. “Evocare un tempo lontano vuol dire anche riappropriarsi di sé”, si legge a pagina 82, e sta forse anche in questa affermazione il senso di una autobiografia scritta e riscritta continuamente, disseminata in una dozzina di libri e in innumerevoli articoli: un diario lungo come la vita. Il diario, l’autobiografia, come strumenti prediletti del “vedere sé attraverso gli altri”, pur riconoscendone il carattere di “scrittura essenzialmente inaffidabile”. L’abitudine e l’amore del viaggiare nel mondo degli altri, perché solo questo può fornire il respiro che manca quando si bada a sé, ha portato Tutino a dare vita a Pieve Santo Stefano al primo Archivio dell’Autobiografia popolare sorto in Europa. Cinquemila diari e memorie della cosiddetta “gente comune”, raccolti in vent’anni, dal 1984 al 2004, “per la memoria degli italiani”. Ma Il rumore del sole è soprattutto una lunga, sofferta riflessione sulla scrittura misura del mondo e medicina dell’anima (per Tutino, scrivere è diventato ancora di più un rovello dal 1989 in avanti, anno che ha cambiato il mondo e le certezze in cui aveva vissuto fino a quel momento: scrivere è servito pure a interrogarsi su quei cambiamenti senza ritrarsi in difesa). Le parole di Montaigne soccorrono l’autore nel cogliere il potere taumaturgico del raccontarsi: “Dipingendomi per gli altri mi sono dipinto a colori più netti che non fossero i primitivi. Non sono tanto io che ho fatto il mio libro quanto il mio libro che ha fatto me” (pagina 86). E, ancora, ricorrendo stavolta a Rousseau: “Capisco che il lettore non abbia troppa voglia di sapere tante cose, ma ho bisogno io di dirgliele”. Ma l’intenzione costante di non fare di se stesso “il personaggio principale della propria vita” emerge soprattutto dai ricordi di Saverio Tutino inviato speciale in America Latina, nella Francia di De Gaulle, nell’Urss di Stalin e nella Cina di Mao. Nei suoi viaggi l’incontro con destini spesso straordinari gli consente di usare il mito come punto d’appoggio per costruire una moderna cultura della resistenza contro i meccanismi del dominio del mondo ricco su quello povero. Tutino ha quarant’anni quando, nel 1962, l’Unità lo invia a Cuba. Viene dalla Resistenza in Piemonte e Valle D’Aosta (nel 1944 e 1945 era stato commissario politico della 76ª Brigata Garibaldi). A L’Avana ascolta Ernesto Guevara parlare ai giovani, dicendo loro che dovevano restare vigili, soprattutto di fronte all’ingiustizia, “capaci di disobbedire e di opporsi”, di “saper discutere e chiedere chiarimenti su tutto ciò che non è chiaro”. Mentre racconta Cuba, la memoria corre a un compagno di scuola, Lorenzo Milani. Lui e Tutino hanno frequentato lo stesso liceo a Milano, negli anni “in cui Mussolini imponeva il fascismo, un modo di vivere senza pensare”. Tutino, invece, che nel dopoguerra era diventato “giornalista militante”, ha pensato sempre che si potesse essere militanti “senza assecondare il modello di una cultura di partito”. Non così i dirigenti del Pci di allora, se è vero, come ricorda il protagonista di quelle vicende, che “Pajetta ripeteva che sembravo più militante del partito cubano che del partito italiano”. E, alla fine, Tutino pagherà con l’esonero la propria libertà intellettuale che continua a esercitare tuttoggi.Ultima annotazione. Nei racconti che hanno date più recenti e forma più esplicita di diario, ricorre ripetutamente il nome di Gloria: la compagna e la moglie a cui questo libro è dedicato. Insieme, ascoltano “il rumore del sole”.

Le nostre ultime conversazioni erano all’insegna del futuro

Un uomo e un dirigente politico a tutto tondo
Le nostre ultime conversazioni erano all’insegna del futuro


Alfonso Gianni

Liberazione 29 dicembre 2004
Ho conosciuto Eliseo Milani tardi. Tardi, relativamente alla sua lunghissima militanza politica. Ormai è passato esattamente un quarto di secolo che non è certo poco nella frequentazione tra persone. Lo conobbi che lui era già un'autorità nel variegato campo della sinistra alla sinistra del Pci. Per di più aveva avuto un passato importante nel Pci, particolarmente in quel di Bergamo; aveva fatto parte del gruppo storico del Manifesto; era un dirigente del Pdup. Lo conobbi in una circostanza tra le meno propizie, nel corso di una trattativa che per quanto limitata fu anche aspra e che ci vedeva di fatto contrapposti, ognuno a rappresentare gli interessi legittimi della propria organizzazione. Si trattava di decidere gli accordi elettorali tra Pdup e Mls per le elezioni politiche del 1979. Eliseo incuteva un certo timore, aveva fama di uomo burbero e comportamenti spesso scontrosi. Non faceva grandi giri di parole e andava al sodo. La circostanza era quindi quella dove può nascere un odio o un amore, l'indifferenza era esclusa. Da parte mia nacque una stima e un affetto profondi. Che solo un comprensibile ritegno mi impediscono di definire con un sostantivo più impegnativo. Quella stima e quell'affetto si sono rafforzati negli anni, nel lavoro politico e parlamentare, nella frequentazione privata, quest'ultima diventata particolarmente intensa quando le condizioni di salute lo costrinsero ad abbandonare la politica attiva. Ma Eliseo non abbandonò certo il filo di un lungo ragionamento politico che egli continuamente proponeva, fornendo consigli sempre dettati da un grande senso della realtà. Chi ritenesse che Eliseo non sia stata prevalentemente un teorico, direbbe il vero; ma chi pensasse che egli sia stato essenzialmente un buon organizzatore ed un tenace uomo di partito, coglierebbe solo un piccolo aspetto della sua più complessa personalità. Eliseo è stato un uomo e un dirigente politico a tutto tondo. La grande politica era la sua passione. La politica comunista, quella che non può nemmeno essere pensata senza una profonda conoscenza dei movimenti reali della società, senza una intensa connessione sentimentale con il popolo.
Qui stavano le radici di Eliseo. Lo dimostravano anche i suoi racconti, quando parlava della vita concreta di tanti anni fa, nelle valli bergamasche, di quella dignitosa ma severa povertà, che egli ricordava senza lacrimosità né retorica, anzi con quella ironica nostalgia che caratterizza le persone che hanno il senso della storia e della complessità delle vicende umane. Se vi capitasse di entrare nell'ultima casa abitata da Eliseo a Roma, la trovereste pieni di libri di storia e di storia delle idee, più che di cronache politiche. Ma proprio queste letture, conquistate senza avere avuto la fortuna di una formazione scolastica adeguata a quella che è stata la sua vita, gli permettevano di alimentare fiuto ed intuito politico e di meritare una considerazione anche in ambiti molto diversi dai nostri che non è mai venuta meno.
La sua vicenda politica appare, almeno a me, paradigmatica ed invidiabile. Eliseo è stato un costruttore del comunismo italiano, ma non si è mai adagiato sui suoi risultati. Ha sempre scelto una strada in salita e scomoda, guardando in avanti e non indietro a quello che lasciava, e l'ha percorsa con intelligenza, coraggio e grande umanità, appena velata, forse per atavico pudore, dalle spigolosità del carattere.
Ora questa vita si è conclusa. La sua fine non ci giunge inattesa, ma non per questo meno dolorosa. Negli ultimi tempi la sua esistenza era come una corda che si tendeva sempre di più, pronta a spezzarsi in ogni momento, ma la forza del suo animo e persino del suo umore non l'hanno mai abbandonato. Le nostre ultime conversazioni erano all'insegna del futuro, sia per le grandi come per le piccole cose. Posso pensare, perciò, che si sia spento sereno. Sono convinto che l'ha fatto anche per non farci soffrire. Ciao, Eliseo.

Matteo Rossi nuovo segretario della Sinistra Giovanile

Matteo Rossi nuovo segretario della Sinistra Giovanile
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Roncalli su 18/1/2005 15:48:00 ( Trizio Web )
Matteo Rossi è stato eletto segretario dei Democratici di Sinistra della Città di Bergamo durante il congresso di sabato scorso con il 71% dei voti dei delegati. Rossi, 28 anni, laureando in scienze politiche, membro della rete del Nuovo Municipio, negli ultimi tre anni è stato segretario provinciale della Sinistra giovanile, incarico assunto dopo anni di formazione all’impegno socio-politico nell’Oratorio di Bonate Sopra e nel Vicariato dell’Isola bergamasca. Al Congresso dei DS non ha aderito alcuna mozione, sostenendo invece le linee espresse dal “documento dei 22” e rifacendosi alle posizioni espresse da leaders nazionali come Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Sergio Cofferati. A livello locale ha partecipato al congresso attraverso un documento intitolato “Capovolgiamo le piramidi” sostenuto in modo trasversale all’interno del partito. Nella sua relazione introduttiva Rossi ha ricordato le figure dei compagni Eliseo Milani e Fioravante Branca, ha individuato come funzione principale dei DS di Bergamo in questo periodo storico la costruzione di un popolo e una dimensione europea a partire dal basso, in particolare dalle scelte e dagli stili amministrativi del Consiglio comunale e della Giunta Bruni. Ha inoltre posto come uno dei temi prioritari la riforma organizzativa del partito, una maggior apertura e la capacità di sperimentare nuove forme di democrazia partecipata dentro il centrosinistra e sul territorio cittadino a partire dalla costruzione della Federazione dell’Ulivo e della Grande Alleanza Democratica come casa comune e partecipata per tutto il popolo del centrosinistra. Ha infine posto come temi decisivi per la città la risoluzione della vicenda Gleno, l’adozione di un fondo per la cooperazione internazionale e l’avvio di progetti per una Bergamo ecostostenibile e multiculturale. Nelle prossime settimane la nomina della segreteria e degli incarici tematici completeranno il quadro del nuovo gruppo dirigente diessino in città.Matteo Rossi è contattabile attraverso i seguenti canali: mail:
mat.ro@virgilio.it cellulare: 3480469799fisso: 035248180

La conclusione di un'esperienza politica

La conclusione di un'esperienza politica
Vent'anni fa il PdUP confluiva nel PCI


Vent'anni fa, tra l'estate e l'autunno del 1984, si concludeva la vicenda politica del PdUP per il Comunismo, con la confluenza (per molti si trattava di un ritorno) della grande maggioranza dei suoi quadri nel PCI.
Una storia importante per chi l'ha vissuta, ma anche per l'anomalia rappresentata dalla "multiformità" di questa formazione politica, tra rotture, scissioni e aggregazioni (i tempi erano davvero diversi dagli attuali...) a cavallo tra la tradizionale sinistra comunista e la nuova sinistra d'estrazione sessantottina; tra la "forma partito" classica e la specificità della contigua (e, nella prima fase, sovrapposta) esperienza del "Manifesto", rivista, gruppo politico, quotidiano.
Non dispongo, com'è noto, delle capacità culturali per analizzare adeguatamente l'esperienza del PdUP (al momento dello scioglimento uscì un mirabile istant-book, redatto da Aldo Garzia), ma intendo egualmente correre il rischio di scriverne, sia pure brevemente, proprio perché mi è capitato di partecipare a quell'esperienza, dall'inizio alla fine. La storia del PdUP è strettamente connessa con quella del "Manifesto", gruppo politico interno al PCI aggregatosi dopo l'XI Congresso del 1966. Un gruppo politico che rappresentò, a quel punto nell'immediato post-Togliatti (a giudizio di Rossana Rossanda), l'ultima e forse più coerente, completa e radicale espressione della tesi gramsciana prima, ed ingraiana poi, della "guerra di posizione" come forma matura e presente nella rivoluzione italiana.
Il Manifesto nacque attorno a questo nucleo originario di pensiero, come dissidenza interna al PCI: solo in seguito si pose come punto di riferimento d'esperienze diverse o affini. Una dissidenza interna al PCI che aveva preso le mosse dalla ripresa delle lotte verificatasi alla fine degli anni'50, attraverso l'elaborazione delle tematiche del capitale e della fabbrica (si pensi a Panzieri ed ai "Quaderni Rossi"); dall'impatto dei fatti del Luglio '60 (ultimi fuochi della Resistenza o primi vagiti del '68?); sulla riarticolazione dell'analisi sociale, che il PCI svolse fino alla
morte di Togliatti, anche di fronte all'avvento del primo centrosinistra; alla battaglia per la successione dello stesso Togliatti, scomparso nell'estate del 1964, che si arrestò però su di una linea che non riconobbe, davvero, la radicalità della "guerra di posizione".
L'esplosione del '68, la vicenda della "Primavera di Praga" e la successiva invasione della Cecoslovacchia, definirono la posizione di molti dei più prestigiosi compagni che avevano animato, fino a quel punto, la battaglia ingraiana (cui lo stesso Ingrao aveva imposto, sbagliando, il limite di separare l'idea della guerra di posizione, dall'idea della "rottura") fino a far precipitare l'esclusione dal Partito (Novembre 1969; in precedenza, in quello stesso autunno era uscito il primo numero della rivista, accolto con grande curiosità in molti ambienti della sinistra italiana) di Pintor, Rossanda, Natoli; Eliseo Milani, Magri, Castellina, Maone.
Il gruppo del manifesto (mentre attuò la trasformazione della rivista in quotidiano) tentò, allora, diverse strade per l'aggregazione delle forze antagoniste presenti allora nel panorama politico. L'aggregazione più importante fu tentata con gli esponenti dell'ex PSIUP non confluiti nel PCI, dopo la sconfitta elettorale del 1972 (la carta elettorale fu tentata, in quell'occasione, anche dal Manifesto, presentando la candidatura di Pietro Valpreda, in quel momento detenuto per la strage di Piazza della Fontana, con esito fortemente negativo). L'incontro tra gruppo del Manifesto ed ex PSIUP diede origine, nel 1974, alla formazione del PdUP per il Comunismo. Si trattò di una vicenda complessa, il cui scenario di fondo fu rappresentato dalle contraddittorie e drammatiche vicende di quegli anni, contrassegnati dal terrorismo, da una profonda crisi economica, dall'esperienza (tentata dal PCI) della "solidarietà nazionale".
Nel PdUP non vi fu mai vera integrazione tra i due gruppi dirigenti, provenienti da esperienze profondamente diverse e divisi sulle valutazioni di fondo della crisi, e sulle esigenze programmatiche che ne derivavano, per governarla (un'impostazione, quella del "governo della crisi", proveniente dal gruppo del manifesto, in particolare su iniziativa di Lucio Magri, autore, nel Gennaio del 1974, di un importante documento sul tema). La rottura tra Manifesto ed ex PSIUP si verificò definitivamente nel 1977, al culmine dell'esperienza di solidarietà nazionale, che aveva seguito l'esito elettorale del 20 Giugno 1976 e dell'imperversare del terrorismo (che con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, nella primavera del 1978, avrebbe raggiunto il vertice della propria parabola), dopo che già in occasione della presentazione elettorale alle politiche del 1976 si erano avuti segnali di spaccatura (da una parte Foa, Miniati, Capanna, che nel 1975 era stato eletto consigliere regionale in Lombardia, erano per un "listone" unico dei rivoluzionari comprendente Lotta Continua, che poi si fece sotto il simbolo di Democrazia Proletaria raccogliendo un risultato modesto, proprio nel momento della massima espansione elettorale del PCI; dall'altra i dirigenti del "Manifesto" che avrebbero preferito una presentazione elettorale maggiormente omogenea ed "identitaria" di una precisa area della "nuova sinistra", fino a comprendere Avanguardia Operaia).
Negli anni successivi si verificarono altri momenti di rottura e ricomposizione (congresso di Viareggio 1978, con la separazione "incrociata" tra esponenti del "Manifesto", segnatamente con Rossanda e Parlato, e di AO, segnatamente Aurelio Campi, dovuta a divergenze sulla valutazione di fondo circa l'andamento e le prospettive della "solidarietà nazionale", e il rapporto con i movimenti che avevano contrassegnato quella fase degli ultimi anni'70; congresso di Roma del 1981, con la confluenza nel PdUP del gruppo milanese dell'MLS, guidato da Luca Cafiero). Il PdUP, pur profondamente modificato nella sua composizione da questi successivi processi di distacco e di avvicinamento, non abdicò mai al tentativo di rappresentare un punto di riferimento provvisto, nell'ambito della sinistra italiana, di una propria identità di analisi culturale, senza rinunciare, nello stesso tempo, ad in indicare una prospettiva politicamente e programmaticamente praticabile (l'alternativa).
Tra la fine degli anni'70 (una fase contrassegnata, nel PdUP, dalla scelta positiva di presentazione autonoma alle elezioni del 1979, mentre contemporaneamente falliva un nuovo progetto di aggregazione dei "rivoluzionari", presentatosi sotto l'insegna del cartello di N.S.U.) ed i primi anni'80, si agitò ancora un dibattito tra la scelta di cercare di rappresentare un "terzo polo" nella sinistra, e quella di collocarsi decisamente all'interno dell'area comunista, funzionando, nella sostanza, da stimolo critico esterno e da soggetto del dibattito rivolto essenzialmente verso la necessità di una trasformazione del PCI, che, abbandonata la linea della "solidarietà nazionale" su iniziativa del segretario Enrico Berlinguer, stava schierandosi (pur con grandi contraddizioni interne) sulla linea dell'alternativa democratica.
Nel PdUP prevalse, se mi è consentito un "giudizio sintetico a priori" la scelta dell'area comunista, ed in questo senso si realizzò con il PCI l'accordo elettorale del 1983, il cui esito dimostrò la grande capacità di interlocuzione di cui i dirigenti del PdUP disponevano, presso la base e l'elettorato del PCI. L'accordo PCI-PdUP si rinnovò alle Elezioni Europee del 1984:
la morte di Enrico Berlinguer, avvenuta proprio nel corso di quella campagna elettorale, non solo accelerò il processo di crisi e di divisione interna del PCI, ma strinse anche i margini di manovra politica autonoma del PdUP, all'interno dell'area comunista. Derivò così la scelta di confluire nel PCI, concordata con il successore di Berlinguer, Alessandro Natta.
Si trattò di una decisione problematica, accettata dalla stragrande maggioranza del PdUP (non confluirono nel PCI, tra i dirigenti di maggior spicco: Ivano Di Cerbo, Eliseo Milani e Lidia Menapace, quest'ultima in virtù di una sua elaborazione sulla crisi della politica e sul rapporto con i movimenti, fortemente anticipatrice della situazione che si sarebbe creata negli anni a venire). La confluenza del la tessera de Il Manifesto per il Comunismo del 1974 e quella del PdUP dell'anno seguentePdUP nel PCI si inserì, quindi, all'interno della complessa vicenda della parte conclusiva della vita del PCI dimostrando, attraverso la capacità di riflessione e di proposta di quelli che erano stati i suoi principali dirigenti nel periodo conclusivo (con Magri e Castellina, rappresentanti del filo rosso di continuità con l'esperienza degli anni'60, si possono citare Pettinari, Vita, Crucianelli, Serafini) una particolare incisività all'interno della tormentata vicenda della fase di scioglimento del partito, dopo la svolta di Occhetto alla "Bolognina" (si pensi, in particolare, alla relazione svolta da Lucio Magri, al seminario di Arco dell'Ottobre 1990, organizzato dall'area del "NO": una relazione che può essere ancora presa di esempio, quale proposta di un concreto rinnovamento dell'identità comunista italiana).
Diverso fu, invece, l'esito della confluenza di una parte dell'ex gruppo dirigente del PdUP all'interno del progetto di Rifondazione Comunista: i tempi (come si diceva all'inizio) erano irrimediabilmente cambiati e proprio la difficoltà incontrata in quell'occasione dimostrò come, in chiusura, l'esperienza politica originata dal "Manifesto" e poi proseguita con il PdUP (mantenendo, ovviamente, l'avvertenza di tutti i mutamenti nella "composizione sociale" accumulatisi nel corso degli anni) fosse davvero legata ad una particolare, specifica, visione dell'area comunista, con riferimento a quello che era stato, con la sua grandezza, le sue contraddizioni, le sue tragedie il PCI.
Se mi è consentita una valutazione conclusiva, di fondo, posso affermare che il punto di continuità all'interno della vicenda del "Manifesto", gruppo politico, e poi del PdUP come partito, è stato rappresentato dalle tre grandi domande rivolte al PCI, alla fine degli anni'60, dal gruppo di coloro che ne erano stati radiati: la prima domanda riguardava una diversa considerazione dei rapporti sociali e l'attualità di una rottura in Occidente; la seconda domanda riguardava l'urgenza di un'articolazione nella collocazione internazionale, superando fin da quel tempo il legame di fedeltà con l'URSS (un tema sul quale Manifesto e PdUP tennero ferme le posizioni fino ad organizzare, nel 1978 a Venezia, il primo convegno con la partecipazione dei dissidenti "da sinistra" dell'Est. Convegno cui il PCI non ritenne di dover partecipare ufficialmente) la terza domanda si poneva al riguardo dell'aprire la vita del partito alla contaminazione culturale e alla possibilità di rappresentazione di diverse posizioni politiche al suo interno.
Tre punti che, esposti adesso, credo facciano ancora meditare chi visse, pur in diversa posizione, quella fase ormai lontana.
Franco AstengoAgosto 2004

Bergamo, quando nacque "Il Manifesto"

Bergamo, quando nacque "Il Manifesto"

Eliseo Milani
Una città punto di forza del gruppo del Manifesto è stata Bergamo. Qui la sinistra comunista ha potuto contare su adesioni e consenso fin dal 1965, anno preparatorio dell’XI Congresso del Pci che si sarebbe poi svolto a Roma nel gennaio del 1966. Perché proprio Bergamo, città tradizionalmente bianca e dalla forte presa elettorale della Dc?Prima di parlare della vicenda specifica della sinistra comunista, bisogna ricordare che all’inizio degli anni Cinquanta un gruppo di giovani intellettuali abbandonò la Dc chiedendo un’apertura a sinistra per il mondo cattolico: Lucio Magri, Giuseppe Chiarante e Carlo Leidi erano i battistrada. Tutti e tre entrarono in tappe diverse nel Pci nonostante qualcuno a Roma – per esempio Giancarlo Pajetta – avrebbe preferito che costituissero un’organizzazione della sinistra cattolica in grado di impensierire la Dc. Magri avrebbe diretto con Rossana Rossanda il manifesto mensile, Chiarante si sarebbe astenuto sulla nostra radiazione dal Pci, Leidi non si sarebbe mai stancato di occuparsi delle vicissitudini del manifesto quotidiano mettendo le sue doti di atipico notaio al servizio del giornale. Io stesso, che sono stato per undici anni segretario della Federazione comunista di Bergamo, ho fatto parte della pattuglia di deputati che nel 1969 aderirono al manifesto e furono radiati dal Pci (con me, c’erano Massimo Caprara, Luigi Pintor, Aldo Natoli e Liberato Bronzuto).L’esisto dell’XI Congresso del Pci a Bergamo – il primo nella storia di quel partito nel quale una federazione abbia votato a maggioranza un documento in contrasto con il gruppo dirigente nazionale – è l’approdo di un lungo e tormentato dibattito, ma anche di alcuni processi politici che proprio nel capoluogo lombardo si erano dispiegati in nodo originale. Bergamo, all’inizio degli anni Sessanta, era una città dove i comunisti restavano inchiodati al 7-10%. Nelle liste per le comunali i candidati erano quasi tutti operai, con l’eccezione di un medico e di uno o due impiegati. La Dc poteva godere della maggioranza assoluta dei consensi, mentre a noi toccava la rappresentanza della classe operaia delle fabbriche (Dalmine e Ilva in primo luogo). I 100 mila lavoratori del bergamasco erano presenti in due settori fondamentali: tessile-abbigliamento e meccanico-metallurgico. Il Pci, nel dopoguerra, si era soprattutto impegnato a radicare il partito in fabbrica. Il “partito nuovo” di Togliatti non era certo chiuso e autosufficiente nelle alleanze, ma anche a Bergamo vigeva la norma che solo le lotte operaie (sindacali e politiche) potessero spostare a sinistra altri ceti sociali e creare contraddizioni nell’area cattolica cui faceva riferimento il colosso democristiano. C’è da aggiungere, però, che molto spesso l’azione del partito rischiava di scadere in una sorta di debole “fabbrichiamo”: il Pci diventava puro e semplice supporto della lotta sindacale.Ma proprio nei primi anni Sessanta, che sono quelli del boom economico e di una prima modernizzazione dell’Italia, si avvia un’incrinatura del fronte cattolico tradizionale. Il Pci, cui non basta più conservare la propria forza in fabbrica, cerca di dotarsi di una presenza più generalizzata nella società. E’ in quel momento che cerchiamo di avere un progetto alternativo sulla città, a iniziare dalla lotta sul piano urbanistico, e mettiamo a punto un progetto di collegamento fra il futuro della città e le valli circostanti. E’ proprio sulla nuova dimensione progettuale che deve assumere l’azione politica che si apre un confronto intrecciato sull’identità comunista e sull’identità cattolica in una città così peculiare come Bergamo. Ricordo, per esempio, la nascita del Comitato per la libertà del Vietnam formato dai segretari di tutti i partiti e con l’adesione di undici sacerdoti, tra cui Padre Turoldo.Ma l’episodio clou che segna nel profondo il percorso di rinnovamento del Pci a Bergamo è il discorso dedicato alla questione cattolica che Togliatti tiene in città il 20 marzo del 1963 a conclusione di una conferenza programmatica del partito. Quel discorso, intitolato successivamente I destini dell’uomo sulle pagine del settimanale Rinascita, costituisce un evento per Bergamo. Io, che ero ancora segretario della Federazione, ero riuscito a ottenere da Togliatti l’impegno a pronunciare un intervento di spessore nonostante ci trovassimo nel corso di una impegnativa campagna elettorale. Nel 1963 eravamo nel pieno del pontificato innovatore di Giovanni XXIII (Papa Roncalli, occorre ricordarlo, aveva le sue radici proprio nel cattolicesimo popolare bergamasco) e si era già aperto il Concilio Vaticano II che innoverà la dottrina della Chiesa. Togliatti colloca il suo discorso proprio in quello scenario che scuote il conservatorismo cattolico. Sul piano politico, inoltre, occorre tenere a mente che si era concluso il centrismo dei governii Scelba e Tambroni e che nel 1963 – anno che segnerà un positivo avanzamento del Pci nelle elezioni politiche – il quadro era segnato dal primo governo di centrosinistra guidato da Amintore Fanfani.Togliatti pronuncia parole destinate a pesare a livello nazionale e nella concreta situazione di Bergamo: individua nuove opportunità per l’incontro tra cattolici e comunisti (non solo il Concilio, ma l’esisto del XX Congresso del Pcus: quello della “destalinizzazione” avviata da Nikita Krusciov) accanto alla necessità di un impegno comune per la pace nell’epoca degli armamenti atomici. Per salvare una comune civiltà fatta di cultura e valori – dirà Togliatti – occorre l’azione congiunta di comunisti e cattolici. Il leader del Pci batte il tasto sul fatto che lo sviluppo neocapitalistico finisce per avvilire le potenzialità dell’uomo, che resta pur sempre il soggetto centrale dell’iniziativa sia dei comunisti sia dei cattolici. Dopo la morte di Togliatti, nel Pci si apre un confronto-scontro tra due opinioni: quella di Giorgio Amendola che propone un “partito unico” tra comunisti e socialisti mentre si svolge l’esperienza dei governi di centrosinistra e c’è stata la scissione del Psiup; quella di Pietro Ingrao che dà priorità al progetto e al valore innovativo delle riforme in un contesto di trasformazione del capitalismo italiano sottolineando il necessario rinnovamento del partito. Già in un Comitato centrale che aveva discusso la proposta di Amendola si ebbe il voto di dissenso di alcuni compagni (Luigi Pintor, Aniello Coppola, Ninetta Zandegiacomi, Aldo Natoli, il mio, mentre ricordo che Rossana Rossanda era assente per altri impegni dalla riunione). Quella divisione si riflette sulla vita della Federazione di Bergamo. Quando furono presentate le Tesi per l’XI Congresso, toccò a me illustrarle. Da un certo punto in poi precisai che parlavo a titolo personale perché dovevo spiegare il mio “no” nel Comitato centrale e soprattutto le mie riserve sulle Tesi.Quando si svolse il Congresso provinciale di Bergamo nei primi giorni di gennaio del 1966, toccò di nuovo a me – segretario della Federazione – fare la relazione introduttiva che ribadiva alcuni distinguo di linea e riecheggiava molte delle posizioni espresse in varie sedi da Pietro Ingrao. Quel congresso era seguito a nome del gruppo dirigente nazionale da Rinaldo Scheda, segretario aggiunto della Cgil. Fu proprio lui a tentare di smussare alcuni passaggi della mozione conclusiva del Congresso che esprimeva forti riserve sul documento di Tesi. Nel corso della riunione della Commissione politica che lavorava alla stesura della risoluzione finale, ci annunciò che avrebbe parlato nel Congresso contro le nostre posizioni a nome della Direzione nazionale (nel clima di quegli anni, l’annuncio equivaleva a una minaccia perché era fortissimo il senso di disciplina verso Botteghe Oscure). Scheda mantenne la parola, dopo che si rivelarono vani i suoi tentativi di cambiare la mozione.Ho riletto il numero di gennaio del 1966 de Il lavoratore bergamasco, che era il periodico della Federazione bergamasca del Pci. La mozione di quel Congresso provinciale fu approvata con due sole astensioni. In essa era ribadita una forte critica alla politica del centrosinistra, accanto alla necessità di rilanciare l’iniziativa operaia su un orizzonte di riforme in grado di disegnare nuovi scenari economici e sociali. In un passo di quel documento si legge: “Una nuova maggioranza non si realizza come confluenza di forze deluse dal centrosinistra intorno a un programma minimo. Può essere il frutto solo di un profondo processo di elaborazione e di azione politica, economica e sociale”. Ponevamo, infine, il tema della “democrazia interna” al partito: partecipazione degli iscritti alle scelte, loro pieno coinvolgimento anche quando – come nel caso del Comitato centrale che ho citato in precedenza – si verificavano dissensi nel gruppo dirigente nazionale. Si tratta di questioni che ritorneranno nel dibattito della sinistra comunista a cavallo del 1968 studentesco e del 1969 operaio, nel XII Congresso nazionale di Bologna del febbraio 1969 in cui la sinistra interna sarà emarginata dalla Direzione del partito, nel confronto che diede vita prima al mensile il manifesto e poi, quando arrivò la radiazione del suo gruppo promotore dal Pci, all’esperienza dell’omonimo gruppo politico.Voglio infine ricordare che dopo l’esito dell’XI Congresso a Bergamo fui escluso dal Comitato centrale: a quei tempi dissentire significava andare incontro a una reazione durissima da parte dell’apparato. Ci fu la protesta della mia Federazione e lo scontro tornò rovente, quando si dovettero decidere le candidature alla Camera nelle elezioni del 1968: l’intero Comitato federale sostenne il mio nome, mentre c’erano pressioni da Roma e da Milano affinché fossero penalizzate le nostre posizioni politiche. Ricordo questi episodi che mi riguardano solo perché testimoniano l’orientamento largamente maggioritario su cui si muoveva l’intera Federazione.Fu quindi naturale che proprio la Federazione di Bergamo, che aveva avuto quel ruolo nei dibattiti degli anni precedenti, fosse in prima linea nel novembre del 1969 contro le scelte del Comitato centrale che decise di radiare i promotori del manifesto mensile. Nel corso degli anni Sessanta avevamo maturato in una città di frontiera per i comunisti il bisogno di un profondo rinnovamento politico, culturale e organizzativo del Pci. A quel rinnovamento eravamo più sensibili proprio perché esposti all’egemonia tradizionale della Dc di cui scorgevamo le prime crisi. Il 3 novembre del 1969 venne approvato un ordine del giorno presentato da me nella riunione congiunta del Comitato federale e della Commissione di controllo di Bergamo che discuteva del “caso” del manifesto: con 24 voti a favore, 13 contro e 6 astenuti veniva bocciata la scelta di definire “attività frazionistica” la nascita del mensile. Ma qui inizia un’altra storia. (da il manifesto19 giugno 1999)

martedì, gennaio 04, 2005

. MEMORIA. LIDIA MENAPACE RICORDA ELISEO MILANI

Era un uomo molto affascinante coraggioso determinato: il coraggio lo ha
dimostrato anche negli ultimi anni di vita quando sapeva e diceva di essere
vivo per scommessa, eppure non cedeva al male, con una capacita' molto
elevata di resistere e persino di riderci su.
Tra le persone che dettero vita al "manifesto" come impresa politica e come
giornale, con altri della federazione del Pci di Bergamo e con i compagni di
Napoli Eliseo era parte di uno dei pochi nuclei operai e di organizzazione
che si staccarono o furono espulsi dal Pci. Segno di un grande coraggio
esistenziale e politico, dato che - piu' di altri - ebbe la capacita' di
dare giudizi distaccati e "!aici" sul grande partito-chiesa del quale aveva
fatto parte.
Se il resto del gruppo storico non forzo' le uscite dal Pci, che potevano
essere numerose e significative, non lo si dovette certo alla pressione di
compagni come Eliseo e altri di origine operaia, che comunque si buttarono
con grande convinzione nel movimento del Sessantotto, soprattutto a
proposito di nuova analisi della composizione di classe, delle nuove figure
operaie, della organizzazione consigliare in fabbrica, delle 150 ore e
della organizzazione sociale in qualche modo diretta dalle fabbriche, che
nel Sessantotto era ancora possibile, se il movimento non fosse stato
arrestato, quando la organizzazione del territorio stava passando oltre i
consigli di fabbrica, per avviare i consigli di zona.
Non voglio comunque usare Eliseo per fare una ricostruzione critica degli
errori o manchevolezze del "manifesto". Penso che mi strizzerebbe sorridendo
gli occhi e mi direbbe: "Ma perche' non parli come mangi e non dici le cose
che conosci direttamente, eh Lidia!".
*
Avevo verso di lui un affetto sincero e profondo, lo ammiravo. Anche la sua
raffinatezza del vestire, la raggiunta ricchezza e precisione del parlare e
insomma la sua caratteristica di intellettuale operaio erano dimostrazione
vivente della grandissima opera di alfabetizzazione politica (ma ben piu':
era una cultura universitaria!) che il Pci era riuscito a diffondere nella
classe operaia (e tra le donne) con le scuole di partito, con una opera
molto frequente precisa programmata di costruzione di soggettivita'.
Ellseo era uno dei frutti piu' significativi di quel lavoro e anche dei piu'
schietti, dato che non ne ricavo' mai un atteggiamento di tipo "religioso"
verso il partito.
Questo gli va riconosciuto perche' non era frequente nemmeno tra gli altri
"grandi" del primo gruppo del "manifesto".
*
Voglio concludere ricordando che una estate - credo nel '73 o '74 - fu
nostro ospite per un po' di giorni in val di Non a Cles, dove usavamo
passare le vacanze al paese natio di mio marito.
Percorse una valle tutta agricola allora, interamente agricola, a parte "La
frabicia", la fabbrica cosi' unica da essere detta tale per antonomasia, ed
era una fabbrica di cemento che c'e' ancora. Allora la valle era tutta un
frutteto di varie qualita' e non una noiosa monocultura come oggi. Le
stagioni erano scandite dalla fioritura dei meli, e quando era molto forte
si diceva a proposito di una zona detta "Franza" (Francia): "e' nevega' en
Franza", tanto era soffice e compatto il manto di fiori bianchi.
Eliseo ascoltava le nostre chiacchiere di vallata e osservava con curiosita'
il fitto tessuto agricolo e la presenza contadina che nella Bergamasca non
esisteva piu', dato che Bergamo e Brescia erano province di antica e diffusa
industrializzazione, e discuteva sul perche' zone di cosi' profonda radice
cattolica si differenziassero tanto nelle scelte politiche e di voto. Era la
struttura produttiva che consentiva nella Bergamasca una significativa
presenza comunista e un fervido dibattito tra i cattolici e nella val di
Non solo di democristiani.
*
A un certo punto ci siamo un po' persi di vista e ci incontravamo
occasionalmente nelle stazioni (tra i luoghi che frequento di piu') e dove
anche Eliseo si poteva trovare quando si muoveva tra Roma (dove si era alla
fine trasferito) e Bologna dove aveva sua figlia.
Credo che anche lui mi volesse bene in quel suo modo schivo e un po'
rustico, da bergamasco. Ma del resto io pure sono montanara.

Eliseo Milani: un oltre il giardino

ARTICOLO21

Eliseo Milani: un oltre il giardino
di Michele Mezza


Eliseo Milani, morto la notte del 27 dicembre, al Policlinico di Roma, è una figura, non poche a dir la verita, ma neanche tante quante la retorica vuole accreditare, che nobilita la seconda fila della storia.Lui era un uomo che, in questo con pochissimi altri, scelse con piena consapevolezza, di stare un passo indietro, per fare in modo che tutti potessimo farne molti in avanti. Chi ne scrive ebbe la ventura di conoscerlo nell’autunno del 1970, in una improvvisata sede dell’allora costituendo movimento del Manifesto a Milano.

Eliseo era già parlamentare, oltre che leader della federazione del PCI di Bergamo. L’unica federazione che approvò a maggioranza le tesi per il comunismo del manifesto.Rispetto alla varia umanità che si raccoglieva attorno a quel gruppo di fuoriusciti del PCI-studenti e qualche quadro sindacale di base-era una figura carismatica. Io lo conobbi mentre contava una risma di manifesti da affiggere a Milano per annunciare la nascita del quotidiano Il manifesto.E quel lavoro- contare, sistemare, organizzare,distribuire,potenziare-Eliseo lo avrebbe sempre continuato a fare, per il semplice motivo, come spiegava lui stesso che “ e’ necessario, indispensabile,ed e’ meglio che lo faccia io altrimenti tocca rifarlo”.Ricordandone la figura al funerale Lucio Magri, il compagno di una vita di sfide politiche all’ortodossia,ha spiegato come Eliseo, sotto la ruvida scorza da funzionario di partito, era diventato anche un fine intellettuale.Giusto.Ma forse limitativo.In quella mareggiata ideologica che furono gli anni ’70.Mareggiata che non puo’ comunque, neanche metaforicamente, essere paragonata al micidiale tsunami di questi giorni, perche’ insieme ad indiscutibili errori e crimini, ha prodotto anche straordinarie e vitalissimi sussulti liberatori. In quel gorgo , dicevo, di intellettuali se ne incontrarono molti, persino troppi.

Lucidissimi analisti e affabulatori formidabili.Quelli che mancarono furono i i cosiddetti “culi di pietra” o, meglio ancora, i veri dirigenti di uomini e donne.Gente affidabile , di buon senso e naso fino, a cui affidarti in quelle decisioni che , quando preme la folla, si prendono in pochi minuti, talvolta secondi, ma che ti possono segnare per tutta una vita.Eliseo fu uno di questi.Forse il piu’ pronto e capace a misurare la temperie del momento .Rischi ed potenzialita’ . Vacuita’ e sostanza .C’era poco da fare, lui capiva prima. E usava questa sua sensibilita’ non come una clava competitiva, ma come una risorsa di tutti.Era straordinario il sorriso che masticava con la sua espressione da Gene Hackman in una riunione all’indomani di un evento di cui aveva preannunciato l’esito. “ Ci vuole naso” diceva spietatamente all’indirizzo di qualche compagno di maggiore carisma intellettuale che si era esposto un po troppo.E lo diceva riferendosi al suo prominente profilo greco.

Il fiuto di Eliseo veniva da lontano.Da un paesino allo sbocco del Brembo, vicino Bergamo, dove nacque in una famiglia con nove altri fratelli.Uno scenario che solo le mezze luci di Ermanno Olmi possono rendere decifrabile.
Giovanissimo, a 11 anni, va in fabbrica alla Dalmine. L’universita’ del lavoro in quei tempi.Dapprima alla scuola di apprendista e poi in produzione.Siamo nella zona piu’ bianca e chiusa d’Italia. Dove la Breccia di Porta Pia era considerata ancora un abuso edilizio da riparare.Diventa comunista diventando operaio.Prima militante della CGIL.In una fabbrica di 5000 operai che vede scioperare un solo lavoratore in occasione di una protesta proclamata dal sindacato rosso.E indovinate chi fosse quel giapponese nella foresta? Poi nel partito,dove in breve diventa segretario della cellula, responsabile della commissione fab briche provinciale ed infine segretario della federazione.Eliseo e gia’ cresciuto parecchio nel frattempo.E comincia a porsi un tema che diventera’ storico a sinistra: il rapporto con i cattolici.Siamo non solo nella provincia piu’ bianca d’italia, ma anche nella terra di Papa Roncalli, dove nasce la Pacem in Terris, dove il cristianesimo sociale lancia una sfida competitiva al movimento operaio comunista.

Eliseo risponde a modo suo. Lavora su gli uomini.Apre un varco nella sinistra cattolica, e diventa una sponda per il filone che guarda al PCI, da Chiarante allo stesso Magri.Ma non basta; i cattolici bisogna riconoscerli non solo quando vengono con noi, diceva.E continua a lavorare: Cisl, Acli,scout.finche’ alla vigilia delle elezioni del 1963, convince Togliatti ad andare a Bergamo.Il leader comunista non c’era mai stato.Ma non per un comizio. Eliseo vuole aprire una finestra vera. Organizza una conferenza dal tema: comunisti e cattolici per un mondo nuovo. Roba che oggi farebbe solo sbuffare di noia qualcuno dei liberisti di complemento che gestiscono la cattedra di pensieri nuovi per l’umanita’. Allora eravamo in piena guerra fredda.La crisi di Cuba faceva tremare il pianeta.E lo stesso PCI avvertiva i primi sintomi di febbre da modernizzazione.Con un centro sinistra allora ancora ambizioso e un miracolo economico che spingeva il paese verso il consumo di massa.Bisognava andare oltre, guardare oltre.Oltre il proprio giardino, anche per il partito comunista piu’ in salute dell’occidente.L’evento ebbe grande eco.

Togliatti tocco’ uno dei vertici della sua elaborazione piu’ originale e feconda.La pace era il terreno dove potersi incontrare fra comunisti e cattolici, senza abiure ne scomuniche.Ma il segretario del PCI fece intravedere nuovi scenari, dovee sono in gioco i valori primi-la pace, la vita, la convivenza, lo sviluppo, la giustizia- ed allora tutta la politica deve cambiare e ognuno deve dare quello che ha, aggregandosi per soluzioni e non per punti di partenza. Una svolta che diede grandi frutti.Eliseo ne fu l’architetto.In seconda fila.
E ancora dopo, quando la sinistra comunista diede battaglia nel partito.Eliseo li fu in prima fila.Perche’ li si doveva rischiare .Lui segretario di federazione, dipendente del partito,non esito’ a schierarsi con l’opposizione. Ma come sempre lo fece insieme ai compagni, mai aver ragione da soli.Nel corso del bruciante XI congresso, Bergamo fu l’unica federazione d’Italia che respinse il documento della direzione nazionale. E a quel tempo il dissenso, tanto piu’ se di massa, non era considerato un utile contributo.Da li’ inizio’ poi l’avventura del manifesto.Con Eliseo che trascino’ sulle orme degli espulsi la stragrande maggioranza dei compagni Bergamaschi.
Mille gli aneddoti di quei formidabili anni 70. Dove Eliseo appariva ogni tanto, masticando un mezzo sorriso, per dire : “Ci vuole Naso, dillo a quello li’’. Prima l’impegno per inventare il quotidiano. Un miracolo che solo in quel tempo si poteva concepire.Un miracolo bergamasco.Eliseo infatti fu il timone. E soprattutto impegno nell’impresa i piu’ soli compagni esperti di amministrazione che resero il sogno realta’.Poi ricordo la discussione per la presentazione elettorale nel 72.Tutti infoiati.Compreso chi scrive. In piazza siamo tanti, vinceremo.E lui , pacatamente , a ricordarci che i voti bisogna contarli nelle urne, non nelle manifestazioni .E ancora i mille giri di valzer con i gruppi.Prima Potere Operaio.Ai loro dirigenti Eliseo, per far inten dere cosa ne pensasse, si ostinava a dare del lei.

E poi Psiup, Avanguardia Operaia, Movimento Studentesco.Ecc.ecc.Lui sempre in seconda fila.Pronto a dare una mano.Soprattutto ad offrire una bussola a chi sbandava. Non pochi uscirono illesi da frangenti scottanti grazie al suo intervento.
Ma Eliseo aveva naso davvero. Non a caso negli anni ’80 a differenza di molti a sinistra, comprese subito la strategicita’ della questione comunicazione. “E quella la nuova fabbrica” scrisse nel 1984.Da parlamentare si impegno’ nella commissione di controllo sulla Rai. Esprimendo sempre-sarebbe interessante rileggerne gli interventi, e Articolo 21 potrebbe acquisirli nel suo archivio per metterli poi a disposizione-l’esigen za di salvaguardare l’autonomia e la sovranita’ del servizio pubblico, insieme all’ambizione di avere una rai piu’ avanti, piu’ moderna, piu’ competitiva per il sistema paese.
Come al solito vedo che mi sono fatto prendere la mano, e ho dilagato sul Milani politico.Eliseo era ben altro.

Era un uomo affamato di tenerezza.Quella tenerezza che non ricordava di aver avuto nelle camerate con dieci brande.Lo mostrava con i suoi rapporti d’amore. Mai banali. Sempre carichi di un cerimoniale di corteggiamento a cui non sapeva rinunciare. Nemmeno quando era manifestamente superfluo.Oppure nei rapporti con i bambini, che non aveva potuto maturare con l’unica figlia , da cui si era separato per le burrasche della vita da militante.Conservo ancora un filmato di Eliseo che culla mia figlia appena nata in riva al mare. Nessuno riconoscerebbe il brusco texano del Brembo che intimidiva i compagni del Manifesto.Con Lui io ho perso qualcosa di piu’ di un amico.Ma non mi arrogo questo dolore in esclusiva. Con me anche Aldo, Sandro, Guido,Maurizio,e tutti quei compagni che giovani 30 anni fa oggi si scoprono incanutiti e piu’ soli. Con L’unico, sicuro, privilegio, di aver avuto per 30 anni uno sguardo che dalla seconda fila li seguiva. Grazie Eliseo.

Eliseo Milani, il compagno e l'amico

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Eliseo Milani, il compagno e l'amico

di Aldo Garzia

Eliseo Milani, tra i fondatori del "manifesto", deputato e senatore
per più legislature, è morto nella notte
del 27 dicembre.
Questa volta non ce l'ha fatta. Eravamo abituati ai suoi ricoveri periodici a cui reagiva vivendo come un cronometro e dandosi un inflessibile stile di vita. Ci scherzavamo su, parlando ormai di guiness dei primati.
Lo abbiamo fatto anche il 23 dicembre, quando
è passato dalla redazione di "aprile"
per scambiarci gli auguri di rito.
L'amicizia con alcuni di noi era rimasta forte, nonostante il suo appartarsi con discrezione dietro le quinte della politica della sinistra di cui però seguiva ogni batter di ciglia.
Bisognerà tornare a parlare con calma di Eliseo, come meritano la sua biografia politica e la sua umanità. Bisogna che l'emozione si attenui.
Intanto, l'appuntamento è per giovedì 30 dicembre al Policlinico di Roma, dalle 11 in poi, per l'ultimo saluto.
Ciao Eliseo, vecchio bergamasco dalla scorza dura. Il 2004 non poteva finire nel modo peggiore.

ROMA: MORTE ELISEO MILANI - VELTRONI, SINISTRA PERDE PUNTO DI RIFERIMENTO

ROMA: MORTE ELISEO MILANI - VELTRONI, SINISTRA PERDE PUNTO DI RIFERIMENTO

Roma, 28 dic. - (Adnkronos) - ''Con Eliseo Milani se ne e' andato un uomo appassionato e colto, un politico che ha dedicato gran parte della propria vita alla militanza e al confronto sulle sorti della sinistra italiana''. Lo afferma il sindaco di Roma, Walter Veltroni appresa la notizia della scomparsa di Eliseo Milani. ''Dalla fondazione del Manifesto e poi del Pdup alla lunga esperienza parlamentare, conclusa come Senatore della Sinistra Indipendente, alla partecipazione alla Commissione Moro al suo impegno con il Centro per la Riforma dello Stato, Eliseo Milani - conclude Veltroni - e' stato negli anni un punto di riferimento per una parte importante della sinistra''.
(Gma/Rs/Adnkronos)

La scomparsa di Eliseo Milani



La scomparsa di Eliseo Milani

ci lascia una profonda tristezza. Lo ricordiamo come una persona che ci è stata cara, dirigente del Pci negli anni 60,


La scomparsa di
Eliseo Milani
ci lascia una profonda tristezza. Lo ricordiamo come una persona che ci è stata cara, dirigente del Pci negli anni 60, originale come originale è stato il contributo delle compagne e dei compagni cui si è legato in un sodalizio che è durato tutta la vita: dal Manifesto al Pdup fino all'impegno contro lo scioglimento del Pci e per le ragioni di una sinistra comunista da far vivere per poter ripensare il futuro.
Le sofferenze della malattia di questi ultimi anni e la lontananza fisica non hanno indebolito i sentimenti profondi di stima, rispetto e affetto verso una figura di militante sincero, a volte persino aspro, per il quale la politica è stata la durevole passione di una vita.

A lui va il saluto riconoscente nostro e di tutto il Partito della Rifondazione Comunista.

Fausto Bertinotti

Le compagne e i compagni
della segreteria e della direzione nazionale
esprimono il proprio cordoglio
per la scomparsa di
Eliseo Milani
esponente di spicco della sinistra comunista italiana

Se ne è andato un uomo appassionato e colto, un politico che ha dedicato gran parte della propria vita alla militanza e al confronto sulle sorti della sinistra italiana. Dalla fondazione del Manifesto e poi del Pdup alla lunga esperienza parlamentare, conclusa come Senatore della Sinistra Indipendente, alla partecipazione alla Commissione Moro al suo impegno con il Centro per la Riforma dello Stato
Eliseo Milani
è stato negli anni un punto di riferimento per una parte importante della sinistra
Walter Veltroni

Da te ho imparato molto della passione politica e tutto ciò resterà con me. Un ultimo caro saluto. Ciao
Eliseo
Roberto Musacchio

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